DEI by DAY | Brand inclusivi: i dati 2026

Ciao, ti do il benvenuto in una nuova puntata di DEI by DAYOggi partiamo dai dati appena usciti del Diversity Brand Index 2026. Il quadro che emerge è molto interessante, perché ci dice che oggi le persone non premiano soltanto i brand inclusivi, ma guardano con sempre più diffidenza quelli che su questi temi restano fermi, vaghi o neutrali.

Il primo dato interessante è questo: in un contesto sociale e politico più polarizzato, i brand percepiti come inclusivi diminuiscono nettamente. Quest’anno ne vengono citati 164, contro i 488 del 2024. Ma proprio qui sta il punto: sono meno, però vengono riconosciuti con più forza, più consapevolezza e più convinzione. In altre parole, il mercato sembra diventare più selettivo: non premia il rumore, ma la coerenza.

E poi ci sono i comportamenti. Secondo il Diversity Brand Index 2026, il 71,1 per cento delle persone è più propenso verso i brand percepiti come inclusivi, ma soprattutto cresce l’atteggiamento critico verso chi non lo è: otto persone su dieci non consiglierebbero marchi percepiti come non inclusivi, e cinque su dieci non consiglierebbero neppure brand che restano neutrali rispetto alla DEIA. Questo è forse il passaggio più interessante: non basta più non esporsi. Quando la neutralità viene letta come distanza, opacità o mancanza di responsabilità, può diventare un costo.

C’è anche un altro dato che merita attenzione: i brand ritenuti più inclusivi continuano a generare un delta nella crescita dei ricavi del 20,4 per cento: oggi la differenza non è tra chi parla e chi tace, ma tra chi costruisce inclusione in modo strutturale e chi si ferma alla superficie.

La seconda notizia di oggi riguarda Target, uno dei principali retailer degli Stati Uniti. In un articolo pubblicato da Reuters si racconta che il passo indietro dell’azienda sulle iniziative DEI ha irritato non solo una parte della sua base clienti, che alimentano un boicottaggio, ma ha acceso anche l’attenzione degli investitori. La retromarcia avrebbe infatti contribuito a indebolire reputazione e fedeltà del cliente, tanto che il valore di mercato dell’azienda è ora circa la metà di quello del 2021 e 27 investitori, per un totale di 150,5 miliardi di dollari di asset, hanno chiesto chiarimenti al board sui possibili rischi operativi e finanziari.

Certo, il contesto statunitense non è quello italiano, ma il collegamento con il Diversity Brand Index è fortissimo. Vediamo la traduzione concreta di un principio: quando l’inclusione è percepita come autentica, rafforza fiducia e relazione; quando invece viene trattata come accessorio comunicativo, o rimossa sotto pressione, il mercato se ne accorge, ma se ne accorgono anche investitori, stakeholder e persone che lavorano dentro l’azienda.

Forse la domanda giusta non è più: conviene parlare di inclusione? Ma: l’inclusione di cui parliamo è efficace?  Si concretizza nei prodotti, nei processi, nel linguaggio, nel servizio, nelle policy, nelle scelte che facciamo quando il clima si fa più teso?

I brand inclusivi non vengono premiati solo perché prendono posizione, ma perché risultano più leggibili, più affidabili e più coerenti. 

Per oggi è tutto: alla prossima settimana con un nuova puntata di DEI by DAY!!!